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il potere che abbiamo delegato e quello.. posseduto

Prendo spunto dai pensieri di Alessandra Orofino, un’attivista brasiliana che ha modificato le dinamiche ed il processo decisionale in una città come Rio de Janeiro. Ho riscritto, adattandolo alla nostra città, un articolo sulle potenzialità dei cittadini.. 

“Il 44% della popolazione mondiale vive in città.
Nei paesi in via di sviluppo, un terzo di quella popolazione vive nelle baraccopoli ed il 75% del consumo globale di energia avviene nelle nostre città come l’80% delle emissioni di gas che causano il riscaldamento globale ha la stessa provenienza. 
Quindi le cose che noi percepiamo come problemi globali, tipo il cambiamento climatico, la crisi energetica e/o la povertà, sono per molti versi, problemi che nascono dagli insediamenti urbani.
E questi problemi, non saranno mai risolti se le persone che ci vivono, come la maggior parte di noi, non inizieranno a fare un lavoro migliore, perché in questo momento, in verità, non non lo stiamo facendo, anzi, in alcuni casi non si pensa nemmeno a farlo.

Ciò diventa molto chiaro quando analizziamo tre aspetti della vita cittadina:
– in primo luogo, la volontà dei nostri cittadini ad impegnarsi insieme alle istituzioni democratiche;
– secondo, la capacità delle nostre città di pensare, raggruppare e curare tutti gli abitanti, non solo una piccola porzione che può far comodo a fini elettorali;
– infine, la nostra capacità di vivere una vita appagante e felice.

Nel dettaglio:
1° Quando si tratta di IMPEGNARSI, il dato è molto chiaro. L’affluenza alle urne in tutto il mondo ha raggiunto il picco negli anni ’80, ed è stata in declino costante a un ritmo che non abbiamo mai visto prima, e se quei numeri sono pessimi a livello nazionale, a livello delle nostre città, sono semplicemente avvilenti.
Faccio un esempio: considerate che, negli ultimi anni, due delle più consolidate democrazie, tra le le più evolute al mondo, Stati Uniti e Francia, hanno tenuto elezioni comunali a livello nazionale. In Francia, l’affluenza alle urne ha raggiunto un minimo record. Quasi il 40 per cento degli elettori ha deciso di non presentarsi. E’ successa la stessa cosa in Italia. Negli Stati Uniti, i numeri sono ancora più spaventosi. In alcune città americane, l’affluenza alle urne è stata vicino al cinque per cento. Pensateci un secondo.
Stiamo parlando di città democratiche in cui il 95% delle persone ha deciso che non era importante eleggere i propri leader. La città di Los Angeles, una città di quattro milioni di persone, ha eletto il sindaco con appena 200.000 voti. Questa è stata la più bassa affluenza alle urne della città in 100 anni. Anche qui, in questa piccola realtà, nelle ultime elezioni, alcuni hanno preferito andare a fare una gita piuttosto che pensare ad esercitare un diritto. Gli stessi che poi, saranno i primi a lamentarsi se le cose non vanno bene.

2°: Quando poi si tratta di includere e soddisfare la maggior parte della popolazione , le nostre città non ottengono affato i risultati sperati o quelli proclamati durante le sfide elettorali. Non c’è bisogno di guardare molto lontano per trovare la prova delle inique differenze. Zone ricche con servizi efficienti e zone pessime con degrado assoluto. Sono ovunque nelle nostre città e la cosa più inquietante è che chi è stato delegato dai cittadini a governare o, ancora meglio, chi si è spontaneamente presentato come amministratore, non segue criteri di logica ma criteri di cartelli elettorali. Si tende a soddisfare bacini interessati piuttosto che la maggior parte dei cittadini.

3° infine, la cosa forse più importante: le città, con l’incredibile ricchezza di relazioni che permettono, potrebbero essere i luoghi ideali per far prosperare la felicità umana. A noi, magari a non tutti, piace di norma, avere gente intorno, altrimenti preferiremmo vivere in campagna, totalmente isolati.
Siamo animali sociali.
Nei paesi in cui l’urbanizzazione è evoluta, invece, le città sembrano i luoghi delle persone infelici. Lo stesso criterio di costruzione della città ha causato perdita di spazi pubblici di buona qualità che hanno portato al declino delle relazioni, delle cose che ci rendono felici. Basta pensare ai quartieri dormitorio, ad esempio Viterbo ha una città nella città che è collegata con due sole strade con il resto della viabilità ordinaria.
Basta un telefonino e diciamo che abbiamo molti amici quando in realtà non ne possediamo alcuno. Studi autorevoli mostrano un aumento della solitudine e una diminuzione della solidarietà, dell’onestà e della partecipazione sociale e civile.

Quindi, come si possono costruire città che si prendono cura di noi? Come possiamo ottenere città che apprezzano il bene più importante: l’incredibile diversità delle persone che ci vivono? Come creare città che ci rendono felici?

Credo che se vogliamo cambiare, dovremmo cambiare i processi decisionali che ci hanno dato i risultati attuali! Abbiamo bisogno di una rivoluzione, di partecipazione e ne abbiamo bisogno in fretta.

L’idea del voto come nostro unico esercizio di cittadinanza non ha più senso. La gente è stanca di essere trattata come carne senza potere, autorizzata, ogni tanto, a delegare il potere a qualcun altro. Pensate alle proteste avvenute in Brasile prima dei mondiali, ad Hong Kong. Le persone sono state picchiate, arrestate, violentate umiliate, arrestate. E questo accade ogni volta che cerchiamo di esercitare il nostro potere al di fuori di un contesto elettorale.

E’ questo che deve cambiare, perché quando accade, non solo la gente tende ad impegnarsi nuovamente con le strutture di governo ma anche ad integrare queste strutture con un processo decisionale diretto, efficace e collettivo, un processo decisionale che attacca la disuguaglianza per suo stesso carattere, che include tutti, che può cambiare le nostre città in luoghi migliori dove vivere.

C’è un problema, ovviamente. Abilitare la partecipazione diffusa e ridistribuire il potere può essere un incubo per chi governa (un po’ perché sottrae potere e non alimenta il voto di scambio) e la tecnologia può giocare un ruolo incredibilmente utile, rendendo più facile organizzare, comunicare e prendere decisioni senza dover essere nello stesso luogo allo stesso tempo.

Purtroppo per noi, quando si tratta di favorire i processi democratici, i governi locali, i nostri comuni non hanno mai utilizzato la tecnologia al massimo del suo potenziale.
La maggior parte dei governi cittadini più evoluti utilizza la tecnologia per trasformare i cittadini in sensori umani che servono le autorità per segnalare disfunzioni dei servizi, inefficienze e tanto altro.

In misura minore, alcuni comuni virtuosi hanno invitato la gente a contribuire al miglioramento permettendo la partecipazione alle decisioni. In alcuni casi invece le uniche soddisfazioni per partecipare sono scelte obbligate, come quando mia madre mi diceva c’è il minestrone o le polpette. E questa non è partecipazione, è semplicemente una scelta obbligata!

Di fatto, i Comuni sono dei pessimi utilizzatori di tecnologia, di quella che serve per consentire la partecipazione su ciò che realmente conta, tipo la metodica di assegnazione dei fondi, il modo di occupare il nostro territorio e il modo con cui gestiamo le nostre risorse naturali e non.
Queste sono i tipi di decisioni che possono realmente influire sui problemi che si manifestano nelle nostre città. D’altronde NOI abbiamo delegato qualcun altro a prendere decisioni o abbiamo creduto che NON fosse un problema importante stabilire chi dovesse prendere delle decisioni.

La buona notizia è che non abbiamo più bisogno di aspettare i governi per fare questo. Ho ragione di credere che sia possibile, per i cittadini, costruire le proprie strutture di partecipazione. In questa città ci sono persone che si aggregano, che pensano, che vogliono modificare cose, cambiare le dinamiche, che protestano, che fanno cose. Anni fa misi la scopa in mano al sindaco, abbiamo cofondato un’organizzazione per rendere più attiva e partecipata la nostra permanenza qui!

Ci siamo organizzati intorno a cause e luoghi che ci stanno a cuore e che hanno un impatto sull’infelicità della gente. Crediamo nel riuso, nel riciclo, nel verde e nello sviluppo sostenibile, confidiamo nella giustizia e nella logica, crediamo che non dobbiamo apparire ma dobbiamo semplicemente essere ciò che siamo. Crediamo nell’onestà e nella condivisione delle risorse.

Tra le persone che conosciamo e che abbiamo coinvolto, ci sono giovani, anziani e bambini. Perché è da loro che deve partire la rinascita dai nostro fallimenti.

Tra le persone che mi hanno colpito di più, la prima è una bambina adorabile, che ha preso un rullo da pittore più grande di lei ed ha ripitturato una scuola, per salvare il SUO modello di scuola pubblica dalla demolizione intellettuale..

Ci sono ragazze che aiutani disabili, persone che dedicano il loro tempo ad aiutare altri che soffrono negli ospedali cittadini, altri che si ribellano all’abbattimento di alberi, altri ancora che solidarizzano con chi riceve soprusi, altri che vigilano sulle proprie case.

La gente c’è!
Queste storie mi rendono felice, ma non solo perché hanno un giusto fine. Mi fanno felici perché sono gli inizi di qualcosa! La comunità si allarga, pian piano e con difficoltà, anche contro il potere precostituito. questa partecipazione è creativa, è vitale, è alla costante ricerca di altri modi con cui si potrebbero migliorare le condizioni di vita in un mondo in crisi di identità e di valori.
Ci sono piani ambiziosi.

Siamo pronti.
Come cittadini, siamo pronti a decidere il nostro destino comune, perché sappiamo che il nostro modo di delegare qualcuno al potere, o il nostro modo di distribuire il potere è sbagliato. Siamo pronti perché sappiamo che la partecipazione alla vita politica locale è un segno di maturità e di consapevolezza sul nostro futuro e quello dei nostri figli.
Siamo pronti perché abbiamo veramente a cuore le nostre relazioni e siamo pronti a farlo nelle città in cui viviamo con la speranza che altri possano condividere la stessa necessità. Non possiamo indignarci se abbiamo delegato qualcuno a sbagliare. Noi non vogliamo sbagliare, e non vogliamo più indignarci.

La tecnologia potrebbe aiutarci con risultati incredibili e attraverso una rete di persone e contestualmente di idee, potremmo dire la nostra sempre e su tutto.

Faccio un esempio: facebook ha più di 2 miliardi di utenti. Questa città ha 70 mila abitanti circa, di cui circa 20 mila utilizzano il social. Sono un numero enorme di persone. pensate se il comune offrisse 100 mila euro, per un progetto. Cosa ci facciamo? Perché devo far sbagliare un povero amministratore che è legato da variabili strutturate nel sistema? Perché invece non utilizzo la tecnologia per creare sondaggi, scelte multiple, audit di gradimento chiedendolo ai cittadini? perché ogni decisione deve essere discussa sulla base delle ideologie e non sulle reali ed effettive necessità? Perché non scegliere attraverso una rete di organizzazioni di cittadini, guidata dai delegati ma incentrata sui cittadini. Perché non farci ispirare dalle idee, perché non sfidare la partecipazione reale nella nostra nuova vita in città?

Siamo pronti! Sta a noi decidere se vogliamo scuole o parcheggi, turismo o cultura, strade o teatri, luci o quadri al posto di sale per la neve o soccorso per gli indigenti. Perchè devono essere altri a sbagliare su progetti di riciclo, nuove costruzioni, svago o solidarietà, auto o autobus, turismo o cultura.

E’ nostra responsabilità farlo ora, per noi, per le nostre famiglie, per le persone che rendono la nostra vita degna di essere vissuta, e per la creatività incredibile, la bellezza e la meraviglia che rendono le nostre città, a dispetto di tutti i loro problemi, la più grande invenzione per rimanere a bocca aperta!”

Bruno Pagnanelli

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